Le ragioni di una legittima protesta

Stamattina si è svolta una nuova protesta dei richiedenti asilo ospitati presso il campo di Marco a Rovereto. L’agitazione, pacifica e molto chiara, ha visto più di un centinaio di persone assieparsi ai cancelli del centro con dei cartelli per attirare l’attenzione sulle loro condizioni di vita.
 Per chi ha anche solo una volta messo piede al campo, le motivazioni della protesta sono palesi e assolutamente comprensibili. I profughi, 234 in tutto, vivono in container coperti da una tensostruttura in plastica, in ogni container sono presenti fino a quindici persone. La capienza del campo è di 238 posti letto, ma nonostante ci siano “ancora” 4 posti liberi, il campo è visivamente sovraffollato.
 Le persone accolte lamentano una serie di problemi, sicuramente legati alla stagione e alle sue temperature rigide, ma essenzialmente ricollegabili tra loro: si va dall’assenza di un presidio sanitario adeguato al numero di ospiti, probabile concausa di una prima epidemia di influenza, a condizioni igieniche non sempre ottimali; a stanze anguste dove è inevitabile che le persone si ammalino con più facilità così come è più facile che si trasmettano a vicenda le malattie contratte; alla difficoltà di lavare i vestiti, visto che devono fare il bucato a mano e poi stendere gli abiti all’aperto per farli asciugare.
Le “Residenze Pinera” (così è stato ribattezzato il campo in un goffo tentativo di non farlo sembrare quello che invece è) è gestito della Croce Rossa Italiana su incarico del Cinformi. È stato riaperto come campo di prima accoglienza nel marzo 2014 dopo che era stato utilizzato per l’emergenza nord Africa.
Nella “filiera trentina dell’accoglienza” sono considerate dal Cinformi strutture di prima accoglienza: la residenza Fersina (250 posti) a Trento e le residenze Pinera – alias Campo Marco – (238 posti) e Quercia (80 posti) a Rovereto; residenza Viote del Monte Bondone a Garniga; residenza Adige a Trento se si tratta di famiglie (45 posti)(http://www.cinformi.it/index.php/it…).
Queste strutture sono definite anche come “seconda fase”: le persone ospitate sono perciò in attesa, a tempo indeterminato, di essere poi trasferite nella “terza fase” sul territorio provinciale, compatibilmente con la disponibilità di alloggi.
All’interno del campo di Marco sono ospitate persone che ci vivono da un anno, alcune da quasi due. Il campo ha conosciuto nel corso del 2017 alcuni piccoli miglioramenti con la creazione di spazi comuni quali una sala tv e sartoria, una piccola biblioteca e una falegnameria.
I richiedenti asilo fanno in molti casi il possibile per usare al meglio il proprio tempo svolgendo attività di volontariato o frequentando corsi scolastici e professionali. In molti, pur di darsi da fare, accettano di spalare la neve o pulire le strade di Rovereto senza ricevere un euro. Anche qui la dottrina Minniti del lavoro gratuito camuffato da volontariato perché “così si integrano” ha fatto presa senza batter ciglio.
Ma tutto questo, accanto all’impegno degli operatori e dei volontari, non cambia i dati di fatto essenziali che segnano in modo drammatico la vita del campo: il sovraffollamento, la mancanza di spazio, le cattive condizioni igenico-sanitarie, il freddo e anche l’isolamento rispetto al mondo circostante che impedisce di inserirsi nel tessuto della società locale. A queste condizioni si somma il fatto di non vedere prospettive a breve termine e la costante percezione di rimanere sospesi, uno stato psicologicamente stancante di incertezza sul proprio futuro, aggravato da una situazione nazionale sclerotizzata che vede tempi biblici per il rilascio di documenti da parte delle questure e il dramma del diniego.
I problemi non nascono infatti da una cattiva gestione del campo o da uno spazio impenetrabile dall’esterno come molti altri luoghi di concentramento sparsi in Italia, ma dal fatto che esso, nato e pensato come campo di prima accoglienza, ospiti per svariati mesi, addirittura anni, persone che dovrebbero essere alloggiate in altre sistemazioni. Se questo non è avvenuto non è per mancanze meramente gestionali da parte dell’ente preposto al suo funzionamento, ma per errori della politica provinciale cui spetta la responsabilità di aver prodotto questa situazione, non avendo avuto il coraggio di praticare una vera accoglienza diffusa sul territorio.
A leggere i dati del cruscotto statistico accoglienza del Cinformi del 29 dicembre 2017, meno del 50% dei richiedenti asilo presenti in Trentino è ospitato in “appartamenti“; 480 persone sono ancora in “grandi strutture (http://www.cinformi.it/index.php/ne…). Con questo non si vuole dire che la soluzione migliore sia l’appartamento, se poi questo è ubicato in mezzo al nulla, ma è evidente che la filiera dell’accoglienza trentina, così com’è, ha grossissime lacune, complessivamente rimosse o non trattate soprattutto dalla maggior parte di coloro che all’interno, e con diversi ruoli, vi operano.
I richiedenti asilo accolti a Marco avrebbero dovuto essere trasferiti in appartamenti, o almeno in strutture più vivibili. Se questo non è accaduto la responsabilità è dell’amministrazione provinciale che preferisce tenere le persone nei container piuttosto che spingere realmente le amministrazioni comunali trentine (alcune delle quali non ospitano nessuno e si rifiutano di accogliere) a trovare immobili dove collocare i richiedenti asilo. Ovviamente le opposizioni, dalla Lega ai 5 Stelle, con le loro campagne di odio razziale, non hanno certo aiutato alla risoluzione del problema, anzi hanno contribuito ad aggravarlo e sottotraccia, con il beneplacito del PATT, ad aumentare i comuni contrari all’accoglienza.
La protesta dei richiedenti asilo di Marco è stata l’ovvia e legittima risposta ad una situazione invivibile creata dalle deficienze della politica trentina, troppo impegnata nei suoi miserevoli giochetti piuttosto che attenta a mettere in atto reali politiche di accoglienza ed inclusione, e preoccuparsi fino in fondo sulle condizioni di vita dei più poveri. Queste sì che sarebbero un fiore all’occhiello dell’autonomia trentina, un laboratorio che forse potrebbe essere utile a livello nazionale. Ma la realtà è tutt’altra, ed è molto misera.